Lavoratori alla conceria Chouara

Prime impressioni su un'altra cultura

Cosa ho potuto notare nei miei primi giorni a Fès.

Fès mi ha destabilizzato, e non per i monumenti. Sono stati i vicoli, e un ragazzino che dentro quei vicoli mi ha portato dove volevo andare senza che glielo chiedessi. Per raccontare come ci si perde a Fès, però, bisogna prima dire dov'è che ci si perde: perché Fès sono tre città messe una accanto all'altra.

Fès el-Bali è la medina idriside, fondata alla fine dell'VIII secolo: capitale culturale e spirituale del Marocco (l'università è primariamente teologia) e oggi la più grande zona urbana pedonale del mondo, con circa 9.400 vicoli e mura la cui costruzione iniziò nell'XI secolo. Fès el-Jdid, "la nuova", è la cittadella che il sultano merinide Abu Yusuf Ya'qub fece costruire nel 1276 fuori da quelle mura per ospitarvi il palazzo e il governo: una scelta che, secondo gli storici, riflette la diffidenza dei sovrani verso una popolazione di Fès notoriamente indipendente. La Ville Nouvelle, infine, è la città del protettorato francese, quella dei viali e dei caffè.

Il palazzo reale, Dar el-Makhzen, occupa 80 ettari di el-Jdid ed è ancora usato dal re, quindi precluso alla visita. Di lui si vedono solo le porte di rame cesellato su place des Alaouites. Queste porte possono sembrare antiche, ma in realtà furono realizzate tra il 1969 e il 1971, quando Hassan II ruotò l'ingresso del palazzo dal vecchio Méchouar verso la città nuova. Sono di legno rivestito di lastre di rame, cesellate a mano da un artigiano locale su disegno dell'architetto fassi Mohammed Tazi; il rame viene poi lucidato periodicamente con il limone, il cui acido scioglie l'ossido che il sole e la pioggia depositano sulla superficie. È per questo che dopo cinquant'anni all'aperto sono ancora dorate.

Dettaglio di un portone del palazzo reale di Fès: lastre di rame cesellato a motivo di stella e, sul lato sinistro, un bordo di piastrelle zellij
Dettaglio del portone: l'intreccio in rame, cesellato campo per campo, e il bordo di zellij

Una città fatta di città

Chi si perde nella medina di Fès, e succede a tutti, tende a vederla come un unico labirinto. In realtà è un mosaico di unità quasi autonome. Il quartiere, in arabo ḥawma (⁨حومة⁩), si organizza attorno a un vicolo principale, il derb (⁨درب⁩), spesso chiuso di notte da un portone, e storicamente disponeva di tutto ciò che serviva alla vita quotidiana senza uscire dai propri confini: una moschea di quartiere per le cinque preghiere, una scuola coranica (msid, ⁨مسيد⁩) dove i bambini imparavano a memoria il testo sacro, un forno collettivo (ferran, ⁨فران⁩), un bagno pubblico (hammam, ⁨حمّام⁩) e una fontana (seqqaya, ⁨سقاية⁩). Sono i cinque elementi che ancora oggi si indicano come corredo tipico del quartiere di medina. È l'organizzazione che Roger Le Tourneau descrisse nel suo studio della Fès precoloniale (Fès avant le protectorat, 1949, integrale su Gallica), ancora oggi il riferimento sulla vita sociale ed economica della medina, e che Stefano Bianca ha poi inquadrato come modulo ricorrente delle città arabe tradizionali (Urban Form in the Arab World, 2000).

La moschea di quartiere è anche l'orologio del quartiere. Le cinque chiamate seguono il sole, non il fuso orario, e slittano di qualche minuto ogni giorno: ad agosto, cadono intorno alle cinque del mattino, all'una, alle cinque del pomeriggio, alle otto e alle nove e mezza di sera (gli orari ufficiali sono fissati dal Ministero degli Habous e pubblicati ogni giorno). Con centinaia di minareti che non sono sincronizzati al secondo, la chiamata non parte: si propaga, come un'onda che attraversa la conca da un versante all'altro.

Forno e bagno non sono un accostamento casuale. Nella città tradizionale il ferran e l'hammam erano spesso addossati, con un muro in comune, e il calore residuo del forno del pane passava a scaldare il bagno; l'hammam aveva comunque il suo focolare, tenuto acceso dal farnatchi (⁨فرناتشي⁩), e una sola legnaia serviva due funzioni. Le case non avevano forno proprio. È questo intreccio di servizi condivisi, più che l'architettura dei singoli edifici, a spiegare la coesione sociale che i quartieri di Fès hanno conservato fino al Novecento.

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Ogni famiglia portava le pagnotte crude al fornaio, che le riconosceva al ritorno da un segno, o dal panno che le avvolgeva.

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Ogni famiglia portava le pagnotte crude al fornaio, che le riconosceva al ritorno da un segno, o dal panno che le avvolgeva.

ConsiglioCaffè

Prendendo un caffè a un banchetto di strada ho scoperto una miscela di spezie pronta da unire al macinato. Per rifarla a casa: cardamomo, anice, zenzero, cannella e semi di finocchio, pestati fini e mescolati in parti uguali. La dose tradizionale è due cucchiaini da tè ogni etto di caffè macinato, cioè circa un terzo di cucchiaino per una moka da tre, direttamente nel filtro insieme al caffè.

Fès sorge in una conca alimentata dall'Oued Fès, che nasce a Ras al-Ma, una dozzina di chilometri a monte; nel corso dei secoli il fiume fu diviso in una rete di canali che, sfruttando solo la pendenza naturale, portava acqua corrente a moschee, hammam, fontane pubbliche, concerie e case private (Mohamed Métalsi, Fès: la ville essentielle, 2003). La fontana di quartiere era il terminale di questa rete. Il sistema è oggi in gran parte degradato: il ramo centrale, il Bou Khrareb, fu progressivamente coperto a partire dagli anni Cinquanta a causa dell'inquinamento, e ancora nel 2003 l'UNESCO segnalava come minaccia al sito la copertura di un tratto di 250 metri con una soletta di cemento.

Le concerie stanno a valle di tutto il resto, e non per caso: sono l'ultimo utente dell'acqua, quello che la restituisce sporca. La più grande, Chouara, lavora sullo stesso sito dall'XI secolo. Le pelli passano prima nelle vasche bianche, dove la calce viva scioglie il pelo e il guano di piccione, ricco di ammoniaca, ammorbidisce la pelle; poi, lavate e asciugate, finiscono nelle vasche colorate: zafferano per il giallo, papavero per il rosso, indaco per il blu, henné per l'arancio, menta per il verde. Gli uomini stanno dentro le vasche fino alla coscia e lavorano le pelli con i piedi. Il rametto di menta che ti danno sulla terrazza non è un gesto di cortesia.

Le vasche di calce bianche della conceria Chouara, viste dall'alto dalla terrazza
Le vasche bianche, principale causa dell'odore nelle concerie

Le porte

La medina è fatta di soglie in serie. Le mura filtrano chi entra in città; il portone del derb, chiuso di notte, filtra chi entra nel quartiere; la porta di casa filtra chi entra in famiglia. A ogni passaggio si restringe il cerchio di chi ha diritto di stare dall'altra parte, e questa logica arriva fino al dettaglio del portone. Molti portoni della medina hanno una porta piccola ritagliata dentro quella grande: la prima per il passaggio di ogni giorno, che espone il meno possibile l'interno alla strada; la seconda per gli animali da soma, i carichi e le occasioni. Spesso i battenti sono due, di dimensione e peso diversi. Le guide di Fès raccontano che il suono distinto permetteva a chi era in casa di capire chi bussava alla porta, familiare o estraneo, uomo o donna, e alle donne di prepararsi prima di aprire. La spiegazione circola in diverse varianti e non è documentata da studi storici, quindi va presa per quello che è: una tradizione orale plausibile attorno a un dettaglio costruttivo reale. Ciò che è certo è che la porta, come il vestibolo a gomito (skifa, ⁨سقيفة⁩) che segue subito dopo e impedisce di vedere il cortile dalla strada, fa parte di un'architettura pensata per proteggere la vita domestica dallo sguardo pubblico.

Portone di legno borchiato in una cornice di legno intagliato, con una porta più piccola ritagliata nel battente e due battacchi ad anello
Portone tradizionale nella medina di Fès: la portina ritagliata nel battente grande serviva al passaggio quotidiano, il portone intero alle occasioni e ai carichi.

Lo schema, va detto, non è un'esclusiva di Fès: lo si ritrova a Marrakech, Tunisi, Aleppo. Ciò che rende Fès un caso a sé è la scala, 280 ettari di tessuto medievale ancora abitato secondo la scheda UNESCO del sito, e la sopravvivenza, almeno in parte, dell'infrastruttura idrica che lo rendeva possibile.

Vicoli ciechi

Il derb è cieco per progetto, e questo produce due cose: un sistema di segnaletica e un'economia. La segnaletica è discreta. Le targhe con i nomi delle vie hanno forme diverse, e la forma è il messaggio: targa esagonale, vicolo chiuso; targa rettangolare, la strada continua. La regola ha eccezioni e le targhe non sono ovunque, ma una volta imparata si cammina in un altro modo.

Targa esagonale in ceramica sul muro di un vicolo, con il nome Derb Seqqat in arabo, in tifinagh e in caratteri latini
Derb Seqqat: il nome del vicolo in arabo, in tifinagh e in caratteri latini

L'economia è quella dei ragazzi. A uno di loro, per cortesia, ho detto a quale riad (⁨رياض⁩) ero diretto. È bastato quello: si è messo davanti e ha cominciato a guidarmi, senza che glielo chiedessi e senza che riuscissi a fermarlo. Ogni volta che imboccavo un vicolo chiuso, per sbaglio, era lì a tirarmi fuori. Arrivati alla porta ho provato a spiegargli che avrei voluto offrirgli qualcosa, da mangiare, da bere; non c'è stato verso di farmi capire. Voleva denaro. Le guide turistiche lo chiamano faux guide e consigliano di non dire mai dove si sta andando. Ha senso. Ma quel ragazzo conosceva i vicoli meglio di qualunque mappa, e di quella conoscenza nessuno gli pagherà mai altro che qualche dirham alla volta.

I Cani e i Gatti

I gatti sono una presenza costante in ogni angolo del Marocco, come ho avuto modo di osservare dal mio arrivo in aeroporto. A differenza delle isole greche, dove si usava tenere i gatti sulle imbarcazioni per proteggere le dispense dai topi, qui i gatti sono autoctoni e discendenti dal gatto selvatico africano Felis lybica lybica, il cui habitat naturale copre tutto il Nord Africa, Marocco incluso.

La cultura locale gioca a loro favore, con assenza di controllo pubblico, i musulmani solitamente simpatizzanti dei gatti e l'ambiente delle medine pieno di ripari e cibo di strada: lo stesso habitat di vicoli e botteghe che ha fatto di Istanbul l'altra capitale mondiale dei gatti (Kedi, 2016).

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Abu Hurayra, tradotto "Padre di un Gattino", era discepolo di Maometto — il soprannome verrebbe da un gattino che portava nella manica. Vedi Daily Hadith Online.

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Abu Hurayra, tradotto "Padre di un Gattino", era discepolo di Maometto — il soprannome verrebbe da un gattino che portava nella manica. Vedi Daily Hadith Online.

Un gatto grigio e bianco dorme raggomitolato sul gradino di pietra di un vicolo, contro un muro d'intonaco ocra
Un gatto addormentato sul gradino di un vicolo, in pieno giorno e senza ragione di nascondersi

I cani, invece, non si vedono. Quelli che ho incontrato erano pochi, mai al guinzaglio e sempre ai margini: un terreno vago fuori dalle mura, l'ombra di un cantiere. Non è che manchino, è che la medina non è il loro posto. La tradizione islamica considera impura la saliva del cane, e questo basta a tenerlo fuori dalle case e dai vicoli: il gatto sta dentro, il cane sta fuori. E fuori la rabbia è endemica, il che ha reso la convivenza una questione di sanità pubblica: la gestione dei randagi in Marocco è stata finora soprattutto abbattimento, e solo nel 2025 uno studio pubblicato sulla rivista dell'OMS per il Mediterraneo orientale ha proposto di passare a un modello di cura, sterilizzazione, vaccinazione e marcatura. Lo stesso ecosistema che protegge i gatti, nessun controllo e cibo ovunque, per i cani si rovescia in condanna.

Il valore della cortesia

Quello che mi ha destabilizzato non è stato perdermi. È stato scoprire che la cortesia, a Fès, vale qualcosa. Dire a un ragazzino dove stai andando, rispondere a chi ti chiede da dove vieni: gesti che in Europa non pesano niente perché nessuno li raccoglie, e che qui vengono presi sul serio, e usati. Ho imparato in un pomeriggio a dosarli, a dire no senza ostilità, a tenere la strada che avevo scelto. Non mi sento meno cortese di prima. Mi sento uno che ha capito che la cortesia è una moneta, e che spenderla bene è un'arte che qui tutti conoscono.